Quando Gesù scese dal monte dove era salito con Pietro, Giacomo e Giovanni per pregare e dove era avvenuta la Trasfigurazione, si trovò davanti a una scena caotica che coinvolgeva gli altri nove discepoli e un uomo il cui figlio era posseduto da un demonio. I nove discepoli che non erano stati sul monte avevano cercato di scacciare il demonio che era nel figlio dell’uomo, ma non ci erano riusciti. Gesù rimproverò lo spirito, lo scacciò dal ragazzo e lo restituì a suo padre.
È proprio in quel momento preciso, mentre tutti erano meravigliati per ciò che Gesù aveva fatto, che Gesù decide di dire ai suoi discepoli che sarebbe stato consegnato nelle mani di altri uomini, lasciando intendere che sarebbe stato ucciso.
Ed è anche in quel momento che, invece di interrogare Gesù per capire meglio, come avevano fatto in altre occasioni, i discepoli iniziarono a discutere su chi fosse il più grande nel regno di Dio. Possiamo immaginare che ci fosse una separazione percepita di status tra due diversi gruppi di discepoli. Da una parte, Pietro, Giacomo e Giovanni, che erano stati sul monte con Gesù durante la Trasfigurazione, vedendo l’irruzione del cielo nel nostro mondo fisico, potrebbero essersi considerati di uno status più elevato all’interno del regno. Nonostante le divagazioni di Pietro lì davanti a Gesù, a Mosè ed Elia, essi avevano potuto contemplare una visione incredibile di Gesù nella sua vera identità spirituale, celeste.
Dall’altra parte, scendendo dal monte, videro gli altri discepoli in difficoltà e, alla fine, incapaci di scacciare lo spirito maligno dal figlio dell’uomo. Questo contrasto tra i due gruppi avrebbe facilmente creato le condizioni per una discussione su chi fosse il migliore, o su chi avesse lo status più elevato nel regno di Dio.
La conversazione che ne seguì mise in luce ciò che c’era realmente nel cuore dei discepoli. Essi parlavano del loro status, dimostrando una competizione tra di loro. Gesù, invece, spiegò che i discepoli dovevano diventare come bambini, diventando i più piccoli in termini di status all’interno del gruppo — anzi, senza nemmeno pensare allo status — se volevano diventare grandi nel regno di Dio.
Chi riceve questo bambino nel nome mio, riceve me; e chi riceve me, riceve Colui che mi ha mandato. Perché chi è il più piccolo tra tutti voi, quello è grande.
Luca 9:48
Questa mattina, però, mentre leggevo, sono rimasto colpito dalla risposta di Giovanni a Gesù, dopo che Gesù aveva spiegato ai discepoli che dovevano diventare come bambini:
Maestro, noi abbiamo visto un tale che scacciava demòni nel tuo nome, e glielo abbiamo vietato perché non ti segue con noi.
Luca 9:49
Che cosa strana! Perché Giovanni dice una cosa del genere? Gesù aveva appena detto loro che dovevano diventare come bambini se volevano diventare grandi nel regno di Dio, e Giovanni risponde dicendo che avevano cercato di impedire a qualcun altro di scacciare i demòni nel nome di Gesù. Che cosa sta succedendo qui?
Si tratta forse di un paragrafo fuori posto? Luca, l’autore di questo Vangelo, lo ha inserito come una conversazione separata?
Dicendo ai discepoli che dovevano diventare come bambini per diventare grandi nel regno di Dio, Gesù ha messo in luce un modo di pensare presente nei discepoli che esiste ancora oggi nella chiesa e che, di fatto, è molto diffuso nel mondo cristiano, essendo stato adottato dal sistema del mondo.
I discepoli pensavano in termini di status: a come erano visti da Gesù e, forse ancora di più, a come erano visti dal resto del mondo. Volevano essere considerati importanti, o forse è meglio dire, più importanti degli altri all’interno di questo regno che stava nascendo.
Per mantenere il loro status, però, i discepoli dovevano anche pensare in termini di controllo. Dovevano gestire il loro status controllando l’accesso al potere o al loro gruppo. I discepoli pensavano che la loro vicinanza a Gesù, l’essere i “dodici” discepoli esclusivi, desse loro già uno status superiore rispetto a coloro che non facevano parte del loro gruppo. Non pensavano come bambini. Non pensavano in termini di regno di Dio. Tutt’altro. Pensavano a loro stessi. Al loro gruppo. Al loro status davanti agli uomini.
Perciò, per mantenere il loro status, Giovanni dice che dissero a un altro uomo, che non faceva parte del loro gruppo ma che scacciava demòni nel nome di Gesù, di smettere di farlo.
Non importa che quest’uomo credesse in Cristo al punto da essere disposto a correre il rischio di tentare di scacciare i demòni nel suo nome.
Non importa che le persone venissero guarite.
Non importa nemmeno che gli stessi discepoli avessero appena vissuto un episodio in cui non erano riusciti a scacciare uno spirito maligno!
No, per i discepoli ciò che contava era che quest’uomo non facesse parte del loro gruppo.
Questa situazione mi ricorda qualcosa che un pastore qui in Sicilia mi disse una volta. Disse che molte chiese, e molte persone all’interno di esse, hanno adottato una mentalità mafiosa. Disse che, allo stesso modo in cui la mafia è guidata da un capo, l’appartenenza alla chiesa può essere determinata dal nome a cui si è collegati. Cioè, si appartiene a un gruppo, e si dovrebbe sempre appartenere a quel gruppo. Quello è il gruppo giusto. Quello è il gruppo migliore.
Questo può essere vero o no, oppure può essere stata un’iperbole per sottolineare un punto più ampio, come in effetti stava facendo. Anche se fosse completamente vero, certamente non è un fenomeno unico. Facciamo la stessa cosa in America. Facciamo la stessa cosa tra le denominazioni. Facciamo la stessa cosa tra individui.
Noi e loro. Anzi, noi contro loro.
Quante volte ho visto nasi arricciarsi quando qualcuno esprime disappunto all’idea di entrare in relazione con altri fratelli in Cristo o di collaborare con altri per un obiettivo comune nel regno di Dio? E perché succede questo? Perché abbiamo adottato la stessa visione che avevano adottato i discepoli. Invece di considerare il regno di Dio e di lavorare sotto il nostro unico capo, il nostro unico re, il re Gesù, pensiamo piuttosto a ciò che è bene per noi. Pensiamo al nostro status. Pensiamo a noi, al nostro gruppo, come quelli che hanno ragione, che sono importanti, i più importanti.
E per mantenere quello status, esprimiamo disappunto verso gli altri nel tentativo di mantenere il controllo. Vogliamo mantenere il nostro regno, non il regno di Dio.
Gesù rispose a Giovanni quando gli raccontò di aver fermato l’altro uomo che scacciava i demòni:
«Non glielo vietate, perché chi non è contro di voi è per voi».
Luca 9:50
Gesù vuole che i suoi discepoli capiscano che è importante mantenere la loro dipendenza da lui, non dal loro presunto status gerarchico. Devono diventare come bambini, senza status, per diventare grandi nel regno.
Gesù non voleva che i discepoli cercassero di mantenere il controllo o considerassero il loro gruppo come il migliore o l’unico; voleva invece che mantenessero un atteggiamento di apertura, basato sull’ampiezza del regno di Dio che si estende oltre il loro gruppo. Voleva che capissero che la relazione con lui avviene mediante la fede, non per posizione o prossimità.
E Gesù, come spiega in tutta questa discussione, voleva che i suoi discepoli accogliessero gli altri apertamente e con amore, sulla base del desiderio comune di servire lui, il nostro re.